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Club Dogo, “Non siamo più quelli di Mi Fist”. #FranRecensione



By  Fran Altomare     08:23    Etichette: 


Premessa.

Non credo di avere molti pregi, anzi. Ma, in quel complicato processo mentale che porta a farmi un'opinione sul nuovo lavoro discografico del cantante di turno, cerco sempre di soffocare quella vocina che continua a sussurrare “non ascoltare quel CD, sai chi canta, e ciò ti basta per giudicarlo...”.

Certo è che, se vivessimo in un mondo normale, non ci sarebbe bisogno di una premessa del genere, ma, purtroppo, l'universo dell'opinionismo musicale è sempre più influenzato dall'ingombrante presenza di fan, bimbiminkia assortiti e leoncini da tastiera che, al primo segno di disappunto, minacciano di portare la tua testa su un piatto in silver plated al loro idolo. L'unica religione in cui, probabilmente, credono.

Bando alle ciance, ora.

Ho ascoltato per intero il settimo lavoro in studio dei Club Dogo, il titolo “Non siamo più quelli di Mi Fist” parte già con un pericoloso distacco dalle origini, quasi un voler dire di essere migliori, più maturi, musicalmente più concreti. E qui, già, ci sarebbe molto da ridire.

Quattordici tracce che scivolano via a fatica, con pochissime boccate d'aria che purtroppo non bastano a tamponare una potentissima emorragia di imbarazzo.

Tracklist.

1. Sayonara. Un pezzo degno di un generatore di parole a caso. Un enorme perché mi si stampa in fronte: sicuramente non è un pezzo di denuncia, sembra piuttosto una specie di critica all'ambiente rap nostrano con addotte una serie di motivazioni degne di un bambino delle medie sotto l'effetto di anestetici. Terribile.

2. Saluta i king. Imbarazzante. Ancora più forte qui è una sorta di imprinting maschilista, una ripetizione di insulti da strada rivolti a donne legate a ipotetici rivali. Sempre nel bel mezzo di una serie di improperi che non riesco a classificare, si arriva a dire che in Italia c'è la mafia e che gli sbirri uccidono gli innocenti. La scoperta del nesso tra le varie argomentazioni del pezzo, ho deciso di lasciarla al lettore: io mi sono arreso dopo aver combattuto strenuamente.

3. Weekend. Probabilmente uno dei pezzi migliori dell'album. Nessuna pretesa, una sorta di inno lobotomico per mononeuroni da sparare a palla in macchina tra il venerdì e il sabato sera. Una roba alla Yo-Yo vengo dal ghetto, ma poi giro con l'X3 del papy. Vedo davanti a me la scena, di un chiarore indicibile.

4. Sai zio. Si ritorna su una specie di denuncia sgangherata, una serie di riflessioni completamente slegate l'una dall'altra. Troppa carne al fuoco, che poi finisci per chiederti che cazzo abbiano voluto dire. Un dialogo non meglio identificato in cui ricorre l'odiosissima abitudine di chiamare zio l'interlocutore. Una roba capace di ricreare un imbarazzo paragonabile solo ai tuoi genitori che provano a fare i giovani.

5. Soldi. Qui mi tocca alzare le mani, non l'ho capita. Ma, lo ammetto, sicuramente è colpa mia: non sono capace di cogliere il genio nascosto nei versi. Ben nascosto. Molto ben nascosto, diciamo.

6. Fragili, feat. Arisa. Eccola la boccata d'aria. In sintesi, Arisa si mette in ginocchio per cantare un refrain il cui testo sembra essere partorito da Moccia in persona dopo una sniffata di colla. Una riflessione sulla caducità dell'esistenza e sulla solitudine, roba molto appiccicosa. Così appiccicosa da risultare quasi ascoltabile, ma probabilmente è solo quella sensazione di sollievo legata al fatto che il testo sembra avere una sorta di senso comprensibile.

7. Siamo nati qua. Una cosa che mi sento di dire ai Club Dogo è che l'essere niente altro che un gruppo di miracolati, riusciti a far soldi in un paese in cui il merito non esiste, non può permettergli di analizzare le anomalie del sistema Italia. Essendone loro un conclamato esempio.

8. Lisa. Una canzone dedicata ad una ragazza non compresa dal mondo che si rifugia in una serie di paradisi artificiali? Avanguardia pura.

9. Zarro. Un ritratto del tamarro medio. Senza infamia e senza lode, manca completamente quel fine didascalico che un ascoltatore decisamente più attento si sarebbe aspettato da un pezzo con questo titolo.

10. Start it over. Non pervenuto.

11. Dicono di noi. Non pervenuto.

12. Quando tornerò. Non pervenuto.

13. Un'altra via non c'è. Non pervenuto.

14. Dieci anni fa. La squallida storia di chi canta a se stesso di aver talento. Una inutile serie di autocomplimenti spocchiosi. Per stomaci forti, e dopo 13 canzoni vi assicuro che in pochi riuscirebbero a resistere.

Conclusione

In conclusione, i Club Dogo non sono più quelli di Mi Fist. E si vede. Il loro ultimo lavoro è perfettamente in linea con i precedenti nonché di gran lunga inferiore alle aspettative da loro stessi create con questo titolo così pretenzioso. Ci sono dentro tutte le tipiche pastrocchiature del rapper principiante: testi confusi e inutilmente autocelebrativi, patetici tentativi di dichiarare guerra a fantomatici rapper, critiche sconclusionate al sistema politico, all'economia e piccati riferimenti a vicende di attualità che probabilmente nemmeno conoscono.

Mi sento di dire ad Arisa di scappare. Finché è in tempo.

About Fran Altomare

Implacabile satira su televisione, attualità e gossip da un autore sporco e cattivo che ama gingillarsi col sarcasmo. Una mente ipocondriaca e poco coerente che aderisce ed accusa a seconda di come soffia il vento.

2 commenti:

  1. Sei stato fantastico! Un consiglio? Ascolta la tua vocina, ne sa parecchio :)

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